La pratica sportiva e l'allenamento della forza in URSS

La pratica sportiva e l’allenamento della forza in URSS

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Se c’è una nazione che più di ogni altra ci fa venire in mente la pratica del powerlifting, questa è la Russia.

Qui come in molte altre regioni dell’Europa orientale e centro-asiatiche, l’allenamento della forza è uso e pratica sportiva da più di un secolo. “Essere forti” in Russia è una necessità da molti secoli, radicata nella vita rurale di una regione infinitamente estesa e molto spesso poco ospitale per l’uomo.

Come si allenavano i sovietici?

Ma come ci immaginiamo i “sovietici” in palestra? Palestre fredde, allenamenti massacranti, uso smodato di doping, disciplina ferrea… Qualcosa del genere, no?

La realtà è probabilmente molto diversa. Siamo spesso influenzati dall’alone di mistero e carisma che circondano personaggi come Boris Sheiko, dalla brutalità dei cicli di allenamento come lo Smolov, il ciclo di Medvedev, le progressioni di Feduleyev

In realtà in URSS la pratica sportiva era una cosa seria.

Sicuramente più di quanto accade oggi nel nostro Paese, ad esempio.

In Unione Sovietica, ogni mattina veniva trasmessa in radio la routine di zarjadka (riscaldamento) con cui ci si preparava al lavoro: lo sport non era una professione ma rappresentava una costante, uno svago nella vita dei lavoratori.
Esistevano le Scuole di Sport per l’Infanzia e la Gioventù, dove bambini e adolescenti venivano immediatamente avviati alla pratica sportiva, in cui ginnastica e pesistica erano largamente diffuse. In queste scuole, pur privilegiando la formazione sportiva, non si trascurava la formazione accademica e si preparava egregiamente l’accesso all’istruzione superiore.

Forza vs Estetica, la guerra fredda degli sport di forza

L’allenamento con i pesi era definito “Ginnastica atletica”, un termine più ampio che abbraccia il salutismo e lo sviluppo di skill ben oltre alla mera espressione di forza.

Ma non era solo questo.

La ricerca delle performance e dei risultati in ambito sportivo si anteponevano agli obiettivi puramente estetici delle nazioni occidentali.

Negli anni ’70 il regime sovietico sostenne che il bodybuilding non fosse cura della propria immagine, ma un’occupazione pericolosa per la società e che questi allenamenti sfiancanti non giovassero alla salute dei culturisti, ma servissero solo a raggiungere un’ideale di bellezza fisica.

Nel 1973 una riunione del Comitato Statale per lo Sport decise di proibire il culturismo.

I vantaggi dell’approccio sovietico all’allenamento

Pur disprezzando gli eccessi di un regime autoritario, l’approccio sovietico all’allenamento è interessante, per almeno tre motivi:

  • È ossessivamente specifico e finalizzato alla prestazione sportiva
    Diventare più grossi e più forti non è il punto della questione. In URSS la cosa più importante era il come le diverse forme di potenza fisica migliorassero le prestazioni dell’atleta
  • È adattabile nella programmazione
    Pur esistendo una pletora di programmi di diversa difficoltà attuativa e comprensiva, anche un programma brutale come lo Smolov si presta a varianti adatte ad atleti meno maturi
  • E’ un approccio di lungo periodo
    Per i sovietici l’allenamento della forza era una maratona, non uno sprint. Da qui la concentrazione sui microcicli settimanali come un “rito” semplice da eseguire ma con il focus sul mese/trimestre

Infine, l’approccio sovietico ti sbatte in faccia la realtà, per citare il grande Boris Sheiko:

“Tua madre ti compatirà. La tua ragazza ti compatirà. Anche io potrei compatirti. Ma gli altri atleti no: ti cammineranno sopra e ti sputeranno addosso”

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